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Note critiche

 

Un artista fuori dal suo tempo? Sembrerebbe proprio di sì, se con lo spirito sottile di un Maurizio Calvesi lo convocassimo sotto la bandiera dell’Anacronismo insieme con tutti gli aspiranti a quel “ritorno alla grande pittura” già propugnato e teorizzato dal De Chirico post-metafisico che fissava nel “museo” il principale punto di riferimento. Si tratta soltanto di convincerci e credere, in tempi di confusione ed arruffamento di stili e di ideali, estetici ed etici, nel recupero delle tecniche e dei temi classici del passato, anche senza reinterpretazioni citazionistiche e valenze manieriste. La pittura di Vinicio Perugia si colloca agevolmente nell’ambito del ritorno alle origini attraverso il recupero della figurazione: sicura la sua scelta di essere pittore di buona scuola e di solido mestiere; attente e ponderate, quasi impalpabili, le correzioni di visuale; lineare e sereno il percorso lungo una rotta segnata non soltanto da un notevole gusto estetico, bensì anche, e soprattutto, dalla coscienza etica della missione del pittore. Vinicio sembra eludere il gesto liberatorio a favore di un’analisi che organizza la descrizione con una scenografia che privilegia un nucleo centrale, dove il garbuglio dei segni guadagna la conquista della forma con studio e fatica, con complicazioni che raggiungono solo dopo infinite velature e sovrapposizioni trasparenza e chiarezza, ingabbiando il soggetto in una invalicabile rete grafica. Il racconto quindi, mentre da un lato sorprende per lucidità di narrazione, sotto un altro aspetto appare quasi innaturale, come se l’artista cercasse di celare sotto la stratificazione delle linee una dialettica che privilegia l’aspetto classico a quello romantico, la raffinatezza del gusto alle problematiche dell’anima.
É difficile ingannare con il disegno. Il Vasari diceva che questa tecnica di base è “il fondamento delle arti”.
Vinicio Perugia si impone fin dagli esordi con una forte personalità: considera l’arte del disegnare in maniera del tutto autonoma, sulla tela e sulla matrice calcografica (qui ancor di piu nei lavori recenti, segnati dal privilegiato influsso delle moderne tecniche di stampa affinate dalla frequentazione dell’amico Kurt Mair). Queste esperienze rimangono ben visibili nel fondamentale recupero della figurazione come espressione di valori. Non si sente infatti ingabbiato in rigidi schemi, dà importanza al clima concettuale e alle sue raffinate operazioni sulla “citazione”, percepisce l’ansia di sperimentazione sulla materia come fatto organico in rapporto alla sua rappresentazione. I suoi segni esprimono l’ideale della perfezione nella sua accezione più completa, in quanto negazione della disarmonia, ma sono proprio per questo inquietanti, anche contraddittori, incompleti, conturbanti, instabili, imperfetti concettualmente nello squilibrio che il divieto a ciò che si nega, e non può essere rappresentato, paradossalmente manca, e rende insidiosa la grazia eterea raffigurata. Il suo è un lavoro di mano e di mente che travalica, in un’era di tecnica di riproduzione, la perfezione estetizzante della rappresentazione formale per renderne ancora la visione emotiva. È questa la sua grande forza espressiva.
È importante anche la scelta di quali aspetti del paesaggio ricreare sulla tela. Significativa la predilezione per una natura guardata da mezz’altezza, a volo radente, con l’occhio-grand’angolo a fuoco perfetto del gufo che indaga la preda. Il cielo è quasi sempre escluso, sovente ridotto a nastro dietro l’ultima fascia di fronde e di rocce. Una prospettiva, che raramente gli artisti adoperano perché irta di difficoltà, riducendo i piani di fuga e limitando gli squarci aerei, uniformando anche le ombre, che porta ad una accentuazione dell’impianto analitico: un prato, un greto, un sentiero, le radici, le rocce - e proprio questi particolari, eletti a protagonisti, diventano spesso i temi prediletti dal pittore, che si compiace ogni volta di un altro aspetto visuale, quello questa volta della donnola e del furetto, che guardano da sotto in su, incontrando l’orizzonte appena oltre la barriera delle erbe e delle radici -, e permette a Perugia di crogiolarsi con composizioni elaborate, in virtuosismi che ne evidenziano la superiore bravura e l’interesse appassionato per la “bella pittura” (la serie delle metamorfosi e delle rocce). Non solo. Nell’incontro con l’acqua, pozzanghere ruscelli laghetti, la luce, mai reale, genera riflessi e tanto improprie quanto affascinanti rifrazioni che rovesciano la visione, generando effetti di caleidoscopio, con frammenti di cielo ad intercalare e definire la morfologia del terreno, qui addolcendo la processione dei sassi levigati, là di un prato fienoso; o di un sentiero o di un rivo (i guadi e le isole di cielo). Vinicio va ancora oltre, entra in quest’acqua con lo spirito del tritone e del ditisco a indagare sotto la superficie un micromondo sconosciuto e vitale, una vita diversa e parallela: luci e colori imprevisti, di vecchie lacche, di specchi sbrecciati, di bottiglie polverose, di madreperle, di caramelle succhiate a metà.
I quadri di Vinicio Perugia rivelano un’anima espressa. Le pennellate sono larghe e libere, fluide, persino acquose. Le sovrapposizioni dense, pastellate, velano in modo irruente, giocando sui colori primari che rifrangendosi nell’incontro dei pigmenti pastosi creano l’iride, alla maniera divisionista che fu a inizio Novecento di Balla e Boccioni. Non soltanto una presenza fantomatica di natura. Proprio la natura. Grezza e greve. C’è la realtà della materia, dei corpi, di una massa. Vinicio dipinge la materia con la materia. Il sogno con la memoria. Quella dei maestri antichi che hanno insegnato al pittore ad essere padrone si sé stesso, delle sue sensazioni. Bellini e Giorgione. Ha coniugato l’illimitato manifestarsi dell’immaginazione con il significato dell’essere e dell’esistenza. Da un’appropriazione abusiva della natura intesa come significante Vinicio sta sperimentando la verità cronologica del significato. Le sue immagini cominciano a valicare il labile confine tra l’assoluto e l’assolutamente relativo, ad accettare la rappresentazione come sensazione, sottraendosi al sublime artificio.
Mille spazi, piani, dimensioni temporali oltre il fotogramma del quadro. Non è più la ricostruzione (la straordinaria mistificazione dell’idea attraverso la bellezza dell’invenzione formale nella dilatazione degli universi, nel viaggio nel tempo, nel dialogo con i giganti del passato) il centro dell’intenzione operativa; bensì l’intensità morale, la consapevolezza del tempo presente interamente affacciato su se stesso.
Per la conquista dell’emozione.
 
Gianfranco Schialvino
Presentazione alla mostra “L'uomo albero”
presso la Galleria Fogliato di Torino nel novembre 2009

Sacralità della natura
 
A Vinicio Perugia è stato affidato il compito di realizzare lo stendardo del Palio di Pianezza 2008; opera convincente, dedicata ad un evento che con l’andare del tempo s’è mutato in storia.
In parallelo, questo artista ha giudicato i pittori in occasione del Concorso di Pittura “Pianezza e il suo Palio”.
E di premi Vinicio Perugia è esperto poiché, in qualità di concorrente, ha ottenuto riconoscimenti in sedi prestigiose, da Santhià a Santo Stefano Belbo ove si celebra quest’anno il centenario della nascita di Cesare Pavese, da Serra San Quirico a Venturina.
In tre differenti momenti abbiamo avuto modo di considerare e apprezzare l’opera di Perugia in occasione di mostre ospitate al Parlamento Europeo di Strasburgo, oppure ad Aurec-sur-Loire o Lanslebourg.
Nel 1998 infatti Vinicio s’ispira al Sepolcro dei Monaci della Sacra di San Michele (altresì caro all’inquietante Alessandri) rendendo così omaggio al fondatore dell’abbazia, quell’Hugon in viaggio di ritorno “penitenziale” da Roma; nel 2006 e nel 2007 vediamo invece il nostro artista intento a celebrare ora i Giochi Olimpici, ora la Fiera del Libro realizzando un moderno Icaro che si libra sulle nevi dominando così l’infinito, oppure un amato e breve corso d’acqua sensibilmente accostato ai versi di Giuseppe Ungaretti:
Stamani mi son disteso
in un’urna d’acqua
e come una reliquia
ho riposato...
Nella lirica, come nel dipinto, regna un senso di attesa immobilità che ci piace definire sacrale. Molti sono i personaggi della cultura che hanno commentato le opere di Vinicio Perugia, compresi alcuni scrittori che hanno “raccontato” la sua poetica: così nascono i testi di Marcello Salvati, amante della
...neve primaverile che dona piaceri nascosti... di Bruno Gambarotta che esalta i ...licheni che si insinuano nelle fessure delle rocce e vivono una brulicante vita....
I critici d’arte infine, con note significative ispirate al ...lento, continuo, magico scorrere delle acque... oppure al ...sigillo del vento...
Già queste citazioni dicono come Vinicio ami profondamente la natura in tutte le sue valenze; la passeggiata in un bosco, qualche sommario scatto fotografico ed ecco nascere l’opera Intimità, capolavoro dai toni chiarissimi, intriso di poesia e tale da coinvolgere lo spettatore in una irripetibile atmosfera.
E l’amore per la natura ritroviamo in La nascita della pietra - dipinto da intendersi anche in quanto a simbologia, così come accade in Valzer oppure in un dosso nevoso che si muta in dominante presenza femminile - come in L’urna d’acqua ove le intense luci, i riflessi, le ombre tendenti al bruno, le citazioni di boscaglia, bella proprio perché incolta, mirabilmente si confondono.
Il clou della mostra organizzata nella raccolta ‘Villa Casalegno’ si concretizza in una decina di tele di grande dimensione e di formato quadrato che consentono al pittore di spaziare dal breve gioco d’acque di Ruscellare alla Processione di alberi le cui ombre si fanno azzurrate nell’ora mattutina, sino a un’opera che pare derivata da una miniatura medievale: un albero di cachi - mutatosi in fantastico Giocoliere - vibra per le luci intense che illuminano i frutti invitandoci così a ricordare un analogo, prezioso dipinto (ora in collezione privata) già esposto alla galleria Davico unitamente alle maestose Pietre filosofali di misteriosa e talvolta tragica memoria.
Due sono i temi che principalmente Vinicio Perugia ama, l’acqua e l’albero, benché ottenga ottimi esiti altresì nel trittico Nido di Cicogne - opera assai interessante nel rapporto cromatico che costituisce il nido di per sé e preceduta da espressivi bozzetti - come in un acrilico su tela che racchiude ancestrali misteri: Il fantasma della fattoria propone infatti un solitario cascinale animato da luminescenti presenze accanto all’immagine di un cavallo dal cui carro dipartono sopite lingue di fuoco.
Lo specchio delle pietre, Acquario sono alcuni dei dipinti che celebrano il rito dell’acqua: fra le rocce, sulle rive di un canale ove “sorge il tempo”, in un guado come in uno specchio lacustre nel quale si rispecchiano tronchi d’albero, l’acqua domina incontrastata con riflessi graduati dal bianco all’azzurro, accogliendo talvolta in sé il risvegliarsi della natura.
L’albero invece, nei dipinti come nella serie di incisioni che completa la mostra, assume spesso valenza umana mutandosi ora in Filantropo, ora in un Presidente come in un Cartografo, in un Templare.
Alberi, infine, grandiosi e solitari, disegnati contro brevi spazi - innevati oppure ricolmi di pur poetiche erbacce - alberi che dominano il paesaggio montano che l’ora dell’inverno ha reso solitario, animato solo dal verso o dall’impronta degli animali.
Alberi caduti anche, destinati a non aver più vita, come se avessero smarrito il cammino.
 
Gian Giorgio Massara
Presentazione alla mostra “Luoghi del tempo”
presso Villa Casalegno di Pianezza nel luglio 2008


 

 

Entrare per la prima volta in una galleria d'arte può essere, per molti, la scoperta di un nuovo mondo nel quale sentimenti ed emozioni sono il supporto essenziale su cui la comunicazione, attraverso il linguaggio delle immagini, si snoda a volte in maniera complessa. Nel caso della pittura di Vinicio Perugia questo contatto tra l'artista e il visitatore è favorito dal clima di serena contemplazione evocato dalle sue opere.
 
Nel 1997 ebbi modo di scrivere come Vinicio Perugia, nel corso della sua ventennale carriera artistica, avesse maturato una innata capacità di sintetizzare i lati concreti della umana condizione, attraverso una pittura figurativa dove la Natura è rappresentata mediante una iconografia dalle sensazioni antropomorfe, atta a descrivere le emozioni umane colte ai margini dei sogni fino a spingersi ai rifugi più segreti racchiusi nella memoria.
 
Benché i suoi paesaggi non riproducono luoghi esistenti – o almeno non nella loro totale integrità - la sua è una vera pittura naturalistica, in quanto egli ci stimola a riconoscerli come tali. La Natura, quella che noi percepiamo sin da bambini come luogo del gioco e dell’avventura, è raffigurata nei dipinti di Vinicio Perugia anche come simbolo della memoria adulta e ancestrale che ci portiamo appresso dagli albori del tempo.
 
Essa prende forma e vita propria, in ogni quadro che Vinicio Perugia crea, come evocazione di un passaggio che ci porta a valicare quel confine predestinato che separa la realtà dall’irrealtà. La Natura di Vinicio ha un corpo è un’anima ed è viva! Non è un’isola fine a se stessa ma parte integrante di una collettività che non può fare a meno di ogni suo singolo componente (animale, vegetale, minerale, gassoso) pena la sua stessa decadenza.
 
I suoi soggetti, alberi, rocce, torrenti, foglie, acqua (elementi vivi e pulsanti) emergono solitari dalla terra ponendosi, nei nostri confronti, come sentinelle che lasciano transitare solamente le emozioni più vere. Essi sono composti in scenografie dove il colore è concepito come territorio, come spazio da conquistare. In questi disegni la straordinarietà della ricchezza insita nei colori e nelle forme è tale che nei paesaggi, realtà e finzione si fondono tra loro, intercalandosi e scambiandosi le parti.
 
Questa capacità di voler ricercare una naturale atmosfera quasi abbandonata alla fecondità del silenzio, in Perugia si esprime con una raffigurazione colta, incisiva, precisa nei dettagli, spassionatamente attuale, che ha le sue fondamenta nella concezione di una realtà raffigurabile tramite il gioco e il sogno.
 
L'autore non ricerca la copia dal vero, ma la giusta dose di naturalezza ed egli è disposto a ritoccare i suoi quadri fin tanto che l’habitat ritratto non ci invogli anche a meditare sul rapporto, troppo spesso difficile, tra l'uomo e il suo ambiente.
 
Alberi, rocce, contorte radici ed ogni altro elemento della raffigurazione viene investito da una energia espressiva che evidenzia questo legame indissolubile tra l'Uomo e l'Ambiente. Nei suoi lavori si riconosce un forte impegno, una sorta di ecologia dall'animo umano. Perugia ci avverte dell'indistruttibile unicità di vita e ambiente, di cui noi esseri umani siamo i fondamentali e preziosi "guardiani".
 
Il ripercorrere sentieri e viottoli, il soffermarsi sulle sponde dei piccoli ruscelli, l'osservare attento un masso solitario riflesso sulla neve, ascoltando il fruscio delle foglie adagiate sul terreno, si intreccia con i nostri bisogni più profondi e che Vinicio Perugia traduce in un racconto pittorico fatto di silenzi eterni e grandi emozioni.
 
Nei suoi paesaggi la presenza umana non è fisicamente presente, perché essa è percepibile in ogni albero, in ogni pietra, nell'acqua dei ruscelli e delle pozze, nei fili d'erba. Chi osserva l’opera è il vero abitante di questi territori incontaminati: non dobbiamo fare altro che ripercorrere i sentieri che Perugia ha creato senza alcun timore, felici e appagati di tanto viaggiare nell’universo incredibile dell’immaginazione, di cui ognuno di noi è fortunatamente dotato. Essi ci introdurranno in ambienti dove è facile smarrire il "senno" ma sorretti dagli incantesimi prodotti dal talento pittorico di Vinicio Perugia, riusciremo sempre a ritrovare noi stessi.
 
Di fronte alle opere di Perugia si è, dunque, allo stesso tempo spettatore e protagonista, ideale eroe di un mondo mai in guerra con se stesso. I suoi soggetti, emergono dalla terra come messaggeri di novelle, ora allegre ora cupe, ma sempre consapevoli della bellezza dell'intero creato e dell'uomo in particolare. Un occhio attento può scorgere, nella pittura di Vinicio Perugia, suggestioni fiabesche nelle quali il gioco infantile si intreccia, incorruttibile, con la ricerca di un "Io" più maturo e profondo.
 
Vinicio Perugia attraverso l’arte, ha intrapreso - come un cavaliere arturiano alla ricerca dello Spirito della Bellezza – un viaggio ai confini del tempo, raccogliendo in se il fluire intenso dell’esistenza, facendosene carico e proteggendola. Ci appaiono, infatti, tutti incantati i suoi dipinti, come se la natura fosse stata concepita per nascondere segreti messaggi e custodire magiche presenze. Merdyn o Morgane sembrano abitare i paesaggi raccontati da Perugia ma non con sembianze umane. Essi si intuiscono nella loro pura essenza letteraria, nella loro facoltà di trasformare la realtà in una avventura fiabesca, riuscendo a trasformare una pozza d’acqua in un lago incantato e un ramo caduto in Excalibur, la spada che canta.
 
Il nostro sguardo incontra la memoria e la creatività su quell’unica strada che possiamo percorrere addentrandoci nel territorio, senza tempo né confini, di cui Perugia è il sovrano incontrastato. Da questo incontro nasce in noi la capacità di saper guardare più in là della persistenza retinica, oltre il dato meramente organico, lasciando libertà di parola a tutti i nostri sensi, compreso il settimo, quello della “coscienza inconscia”.
 
Ma questa magia che viviamo in prima persona, ammirando le opere di Vinicio, è soprattutto indotta dalla sapienza dell’artista di saper raccogliere tutte le nostre percezioni in un dipinto e di farci meravigliare della bellezza di uno squarcio di ambiente naturale come se lo vedessimo per la prima volta.
 
Vinicio Perugia ci rivela un mondo naturale e concreto come se fosse un sogno incantato per farci ritornare fanciulli e rincorrere le nostre epiche avventure tra i segreti delle pietre e il stormire leggero delle foglie. .
 
Concludo sottolineando come Vinicio Perugia sembra voler confrontare la visione del presente con le emozioni del passato, utilizzando la Natura quale interprete della fantasia creativa della memoria, del sogno e del gioco. I suoi suggerimenti emotivi trovano figura nella luminosità degli specchi d'acqua, nella rugosità dei tronchi, nell'altezzosa maestosità dei massi erratici, nelle placide acque di un lago sulla via del tramonto.
 
 
Gennaio 2005
 
Marcello Salvati

 

.. e guardo
il passaggio quieto
delle nuvole sulla luna
(Giuseppe Ungaretti)
 
Il lento, continuo, magico scorrere delle acque rinnova il fascino della vita, della natura, della storia che si fa testimonianza del nostro andare al di là delle stagioni tecnologiche, delle inesauste attese e di quell'essere partecipi agli eventi ed alle trasformazioni del territorio.
E il territorio è la misura e il riferimento della pittura di Vinicio Perugia, è il sogno di un artista che si fa memoria del tempo, è suggestione di profondi e rievocanti silenzi.
Nei "Sentieri del cielo", nel poetico "La natura si è ripresa tutto", nelle pietre immerse in acque immobili e trasparenti, si condensa un percorso che unisce passato e presente, che annuncia il freddo lancinante dell'inverno e la fresca e ventosa luminosità della primavera in un risveglio d'energia che sembra cancellare dubbi, misteriosi incantamenti e sottili e insinuanti inquietudini.
La pittura diviene il mezzo, il tramite, l'essenza di una ricerca che trova riscontri nella realtà circostante, nei sentieri che tagliano boschi e sterpaglie, nei grandi e imponenti e millenari massi dilavati dalle piogge che trascinano a valle frammenti di identità, mentre "In noi ritorna estenuato il ricordo/ di un mattino tra abeti e funghi e felci".
E sono mattini con le acque del Messa che scendono dal Colle del Lys, con le nebbie che permeano ed ovattano i laghi di Avigliana, con le pietraie rese viscide dal ghiaccio.
Perugia recupera il senso pieno della natura in una sorta di cammino attraverso il tempo e i ricordi, in una denuncia del degrado per riscattare e riscattarci di quanto l'umanità ha fatto per incidere negativamente sull'ambiente, in una volontà di fissare un luogo o uno strumento del lavoro quotidiano o le radici forti e nodose che emergono dalla terra madre.
Un discorso, quello di Perugia, che ora si è aperto verso una realtà diversa e diversamente rivisitata.
Una realtà che ha, sempre e comunque, l'incanto dell'acqua, ma un'acqua che si erge minacciosa per poi ricadere su se stessa.
Le onde si inseguono con un moto in progressione che si stempera sulla spiaggia o si infrange sulle rocce a riva.
E in queste "Tempeste" si "scopre" un nuovo segmento della sua vicenda, che sottolinea come siano "una invenzione “costruita” ispirandomi dalle onde di ghiaccio".
Vi è, perciò, nella successione dei lavori una coerente adesione all'ambiente, che però esprime secondo un simbolismo elaborato con una tecnica nitida e mirabile, con una non comune capacità di fermare uno scorcio di un paesaggio o di una marina o, ancora, di una distesa
di ghiaccio accesa dalla luce atmosferica.
Le immagini costituiscono il documento del suo impegno sociale, della mai esaurita energia impiegata per comunicare sentimenti e emozioni, per denunciare situazioni e sofferenze, per rivendicare il ruolo determinante e insostituibile della cultura.
Una cultura che ha le cadenze delle pagine dei poeti, delle parole che lasciano tracce indelebili, degli spazi bianchi dove la fantasia ricrea volti e rami fioriti e foglie e torrenti e storie di cavalieri e manieri, di anfratti e valli, di cime e invasori, di amori segreti e fiabe delicatissime come un sospiro.
Perugia rivendica l'appartenenza a sorgenti incontaminate, a prati deserti e metafisici, al mistero dell'alba e dei suoi silenzi prima che il giorno diventi assordante di rumori, di fiumi d'automobili in marcia, del suono di cellulari.
Il giorno ritorna insistentemente, incancellabile, con il profumo di notti stellate, di profili nel vento, di tormentati pensieri e
"Ora per ora non è il giorno,
è dolore per dolore:
il tempo non si raggrinza,
non si sciupa:
il mare dice mare,
senza tregua,
terra, dice la terra:
l'uomo attende"
(Pablo Neruda).
 
Angelo Mistrangelo
 
Presentazione alla mostra “se fossi acqua” alla Galleria Davico di Torino nel 2004

 

Se finisci davanti da un quadro di Vinicio Perugia sei preso, anche se non te ne accorgi quasi, tutto infatti succede in un batter d’occhio, dall’irrefrenabile spinta a guardare meglio, a toglierti magari gli occhiali per entrare dentro quel paesaggio, a camminare tra le erbe filacciose del prato, a farti cullare dalla mollezza dei muschi, a sederti su un sasso … a passare di lì per andare oltre… E’ come se in un attimo tutti i tuoi sensi sapessero soltanto vedere e toccare…strano!
Questo lo potresti fare nella realtà, quella semplice ed umile che ti è accanto e di cui spesso non ti accorgi…nella palude dei Mareschi, ad esempio, situata proprio a nord-ovest del lago grande di Avigliana, o presso i numerosi massi erratici di cui si coprono i boschi dell’anfiteatro morenico aviglianese quando la natura si spoglia, discreta e silenziosa in autunno, e come in un sogno i sassi si mostrano. Eppure è come se, per la prima volta, tu vedessi tutto questo. Qualcuno potrebbe spiegare questa tua reazione ricordando alcuni luoghi comuni dell’arte…..una finestra aperta sul mondo, una restituzione poetica di ciò che è spiegabile scientificamente…ma nessuna..di esse ti potrebbe davvero soddisfare. In realtà l’attenzione di Vinicio Perugia non è rivolta all’oggetto della natura quanto al rapporto tra l’oggetto in sé e chi lo guarda. Si tratta dunque di un movimento, di un passaggio di energia, di una scossa che dal dato reale arriva sino ai tuoi sensi. Ciò che l’artista coglie è l’impalpabile vibrazione che ci pervade nel momento stesso in cui noi guardiamo e al contempo viviamo in comunione ciò che ci sta’ di fronte. Una sorta di bagno, di immersione totale nell’atmosfera più fluida quanto in quella più densa: dall’acqua al tronco, alle pietre. Ogni elemento è in grado di emettere onde che si corrispondono e si armonizzano. Questa percezione naturalmente percepibile in stato di attenzione vigile ma liberamente vagante da parte del soggetto umano, è assai spesso disturbata da suoni aggiuntivi, o meglio da rumori. Non è questa la rivisitazione di uno stato bucolico o mitico ma semplicemente di uno stato di veglia di cui l’uomo ha purtroppo perso le coordinate. Egli vorrebbe, ma spesso è incapace di sentire questi rumori subliminali di cui l’artista è invece in grado di restituire tutta la gamma sonora, dalla nota più soave a quella più forte, grazie ad un passaggio continuo e mai scontato dal fremito alla stasi. Due momenti costituenti comunque l’esperienza di qualsivoglia viaggio: mentale, fisico, spirituale, o virtuale.
Viaticum, nell’accezione latina più antica comprendeva d’idea di un tempo lungo che invece nei lavori di Perugia, così come sottolineano i suoi titoli, è dato in forma di durata, secondo una concezione bergsoniana, in cui il tempo corrisponde all’esperienza che di questo ciascuno di noi conserva. Kronos e kairos in greco rappresentano proprio questa differenza tra il tempo misurabile scientificamente e il tempo esistenziale.
Metaforicamente il viaggio proposto è semplicemente un’attivazione culturale dei sensi, quelli che il quadro è in grado di sviluppare o di far nascere nel riguardante. Nel passaggio dalla stasi al fremito e viceversa esiste un momento particolare, una specie di zona neutra, quella che chiameremo soglia: la luce inondando la superficie riflettente dell’acqua dà vita ad una zona, un punto preciso in cui nulla viene più riflesso e nulla d’altra parte si riesce a vedere al di sotto di essa. Una luce accecante, in cui ogni cavità o anfratto è azzerato, luce pura. E di questa luminosià molte opere di Vinicio ci danno prova accanto alle zone in cui dalla superficie dell’acqua i sassi affiorano per poi repentinamente rimmergersi. Il dialogo, il passaggio tra ciò che emerge e ciò che sta sotto è paragonabile ad una comunicazione tutta giocata su flebili e sottili variazioni di tono, tra due mondi. Come afferma Vinicio, ciò che emerge porta con sé anche l’altro mondo, quello protetto, quasi grembo materno, un’alcova in cui la vita ha preso il suo avvio, dove rumori e suoni ovattati ci parlano delle epoche della nostra vita
 
Manuela Cusino
Presentazione alla mostra “Viaggio senza tempo”
presso Palazzo delle feste di Bardonecchia nell'aprile 2002

 

 

C’è l’acqua. E’ lì, raccolta in una pozza dopo un temporale. Semplicemente specchia il cielo, raccoglie foglie. Non l’avevamo mai guardata veramente, mai presa in considerazione, noi che di acqua ne abbiamo quanta ne vogliamo. Poi capita di essere davanti ad un dipinto di Vinicio Perugia e scopri il radicamento del bosco e la trasparenza del fiume. Scopri che hai bisogno di quelle pennellate per poter -vedere- quello che mille volte è stato fotografato dallo sguardo, e lasciato subito dopo con noncuranza. Era più facile da bambini, fermarsi a guardare le pozzanghere. Se non c’erano i gessi per tirare linee diritte e saltare da una casella all’altra, andavano bene anche le pozzanghere per inventarsi il gioco della settimana. Finestre e muri quasi sempre sbrecciati si specchiavano dentro. Ma il viaggio si fa veloce, da una settimana all’altra, gli anni volano e manca il tempo per i particolari. Non c’è ricordo dell’ultima volta che si è cercata una pietra liscia, piatta, per gettarla nel lago, nel fiume, e contarne i cerchi.
Acqua, aria, superficie terrestre sono aggredite e minacciate, c’è bisogno di leggerlo, per rendersene conto. Pronti a tirare dritto come sempre, usando a piene mani tutto quello che è attorno a noi, senza porci una domanda. Il percorso si fa duro, manca sempre l’opportunità, manca soprattutto la sensibilità, la voglia di cogliere. E’ un compagno di viaggio speciale Vinicio, capace di fermarsi, di vedere quello che altri non sanno vedere. Trasferisce sulle tele la nostra miopia, la nostra aridità. Inchiodati davanti ai suoi dipinti ci accorgiamo che il più piccolo sasso può assumere colore. Quasi sempre è una speranza, anche in presenza di un bosco fitto, un temporale, un pezzo di autunno, ad un certo punto appare un cono di luce, uno scorcio si apre ed è un invito a proseguire, oltre la stessa cornice ad immaginare altro. Un invito a riprendere la capacità di osservare. Sono gocce, sono incanti. Sono radici che affondano nella terra, quelle che dipinge Vinicio Perugia. Sono radici in grado di trasmettere forza, di legare pietre le une alle altre, cementare vecchi muretti al pendio montagnoso, in un tutt’uno con muschio, terriccio e storia. Per non franare. Hanno radici robuste anche i rapporti che Vinicio coltiva. E’ un lichene caduto, raccolto in un giorno d’inverno, su un sentiero poco battuto. Portato al suo studio, al suo sguardo, alla sua amicizia.
 
Per Valsusa Filmfest
Chiara Sasso
Presentazione alla mostra “Viaggio senza tempo”
presso Palazzo delle feste di Bardonecchia nell'aprile 2002